RECENSIONE FAZ WALTZ (2010)
www.matteobanfi.net46.net/faz_waltz/Faz Waltz, è il primo LP dell’omonima band canturina, caratterizzata dal sound hard-rock anni ’70 e dall’eccellente pronuncia inglese di Faz La Rocca, energico front-man, che ne tradiscono la reale provenienza.
La qualità del disco richiama le sonorità di oltreoceano – sebbene sia stato interamente registrato e mixato ai Real Sound Studios di Milano – a dimostrazione che le produzioni nostrane, quando si trovano a confrontarsi con idee di valore e musicisti capaci, non hanno nulla da invidiare ai ben più quotati colleghi stranieri.
Ma parliamo dell’album: le prime due tracce sono un vero hard-rock “old school”, con chitarre spinte al limite e l’aggressività degna del genere; un ottimo input per caricare all’ascolto di un album che ha ancora parecchie carte da giocare.
Il primo jolly viene infatti calato con la traccia numero tre: l’immersione nel “Regno dei Sogni” è accompagnata da clavicembalo, Mellotron e persino da una sezione di ottoni, tutti strumenti decisamente insoliti per un gruppo rock ( ma non abbastanza per Faz e compagni!).
A seguire è l’energica ballad Best Thing In History, calda ed orecchiabile – impossibile non canticchiarla già dopo il primo ascolto – le cui due chitarre si sposano alla perfezione grazie alla scelta azzeccata dei rispettivi timbri.
Nel quinto brano si cambia ancora registro: l’atmosfera fiabesca creata dal pianoforte all’inizio di ogni strofa è puntualmente interrotta dall’ingresso prepotente degli altri strumenti, con ancora una volta la chitarra in prima linea; davvero apprezzabile l’assolo verso la metà… roba d’altri tempi (migliori).
Si torna al rock! prima con un’altra power ballad, Little Girl Star, poi con la grinta blueseggiante di Never Stop, in cui compare anche il cowbell tanto amato dai batteristi glam, ed infine con Strong As I’m Tough, dove la voce di Faz si fa più arrabbiata, cantando “You think that I’m a fool, I’m playing by my rules“.
Le carte vengono rimescolate nella nona traccia, dove torna il piano, l’atmosfera si fa più scherzosa ed emerge un apprezzabile stile “simil-Queen”.
Diamond Dust, brano numero dieci, colpisce per il suo riff sporco, ripetitivo, pesantemente distorto, zeppeliniano, mentre la traccia successiva è un addio ad un mondo che ormai non c’è più, che si porta dietro tutto il suo carico di nostalgia: “There was a time we were young and we were fine … “.
Il disco si chiude con un altro pezzo lento, una canzone d’amore in cui fanno capolino anche gli archi, ulteriore conferma della complessità dell’opera e della voglia di sperimentazione dei quattro.
Già dal primo ascolto restano la quantità di correnti musicali coinvolte e la qualità degli arrangiamenti, che rendono il disco fluido ma mai banale.
Un lavoro di grande valore artistico, come se ne trovano davvero pochi (purtroppo!). Bravi ragazzi!
Tracklits:
1. Big Mouth
2. Hello Mister
3. Kingdom Of My Dreams
4. Best Thing In History
5. Toy Theatre
6. Little Girl Star
7. Never Stop
8. Strong As I’m Tough
9. No Fun In Love
10. Diamond Dust
11. Midnight Bar
12. Take Me Back